I miei paradossi. Di Marcello Massaro.

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Non so perché, ma credo di essere attratto in qualche modo dai paradossi.

Non è che proprio vado cercandoli; piuttosto sono loro che spesso trovano me, o che si fanno comunque notare. Se ci penso, situazioni paradossali hanno accompagnato di frequente la mia vita, in momenti diversi. Sono genitore adottivo per un mia precisa scelta, assolutamente consapevole e razionale, nata però - forse fin dall'età dell'adolescenza - dall'osservazione di un enorme paradosso: vedere gente (persone come me dunque, donne, uomini, bambini) morire per fame, inedia, stenti e povertà in un mondo dove ci sono cibo e ricchezza molto più che sufficienti a fare star bene tutti; non capire come la nostra prole debba per forza essere "sangue-del-mio-sangue", biologicamente certa ed ineccepibile (fatto salvo qualche postino qua e là), quando milioni di bambini stanno al mondo ogni giorno appesi ad un filo, guardando il sole sorgere al mattino senza un abbraccio, una coccola, senza qualcuno che racconti loro una storia, qualcuno che gli parli e gli voglia bene e si prenda cura di loro, prima da vicino-vicino, poi a debita distanza; qualcuno che li faccia e li veda crescere, e che li accompagni all'incontro con quella che sarà la loro vita. Tutti i bambini di questo mondo ne hanno uguale diritto.

Leggo in questi giorni del summit Onu di Addis Ababa (Terza Conferenza Internazionale sui finanziamenti per lo sviluppo, il titolo altisonante che gli è stato dato), dove abbiamo speso, una volta ancora, tante, troppe parole contro le diseguaglianze, e di certo per nulla. Perché se ancora nel 2015 una persona su sette nel mondo vive in condizioni di estrema povertà non son certo le parole che servono. Occorre fare.

Un'altra notizia letta in questi stessi giorni mi ha incuriosito quasi altrettanto: una squadra di calcio del nostro campionato di serie A metterà in vendita per i propri tifosi una maglia speciale, una divisa ufficiale studiata appositamente da una nota azienda di abbigliamento tecnico, con un microchip inserito all'interno dello stemma sul petto che, se schiacciato con il dito, riprodurrà un coro di sostegno registrato con le voci di alcuni calciatori della squadra. Mi sono chiesto: sostegno a chi o a cosa? Ho letto dunque l'articolo fino alla fine. Visto che i tifosi sostengono sempre la squadra quando ne ha bisogno, nei momenti di difficoltà durante le partite, si è pensato di ripagarli con questa cosa (?) per incoraggiarli quando ne avranno bisogno, per fargli sentire la squadra vicina nei loro momenti di difficoltà. Mi sono quasi commosso... poi ho pensato che il tifoso la maglia se la dovrà comprare (andranno a ruba, ne sono certo), e la pagherà profumatamente, immagino.

A questo punto mi è apparsa alla mente una situazione davvero paradossale: un miliardo circa di queste maglie regalate a chi soffre la fame nel mondo; basterà schiacciare un bottone e un simpatico coro sarà di grande incoraggiamento per tutti loro in un momento di vera difficoltà. Meglio di un piatto di riso o di un cesto di frutta fresca!

Ma che mondo è mai questo?

Alla prossima.

#BooksNotBullets, la campagna di Malala per i suoi 18 anni. Di Giulia Consonni

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E’ la più giovane premio Nobel della storia e per i suoi diciotto anni ha deciso di lanciare la campagna #BooksNotBullets per sostenere la battaglia a favore della scolarizzazione dei minori di tutto il mondo.

«Se i soldi spesi per le armi fossero investiti in libri, la vita di molti bambini cambierebbe».

Malala Yousafzai è la giovane attivista pakistana attaccata dai talebani per le sue campagne per il diritto allo studio delle bambine. Malala ha portato davanti agli occhi del mondo una delle tante restrizioni imposte dai Talebani alle donne dell'Afghanistan.

La sua storia inizia quando viene raggiunta da due pallottole, una alla testa e una al collo. Ai talebani, la sua passione per lo studio non piace; per questo hanno pensato di ucciderla, e dare così un esempio a tutte le altre ragazze «troppo moderne». Malala aspettava un autobus per andare a scuola, lì nella valle di Swat, l’inferno di cui ha raccontato le crudeltà in un diario per la Bbc che nel 2009 l’ha resa famosa a soli 11 anni. Difendeva i diritti dei minori, delle bambine, denunciava gli estremisti islamici. L’hanno lasciata in una pozza di sangue.

Sopravvissuta all’agguato, Malala è diventata il simbolo della lotta a favore dell'istruzione  e dell'alfabetizzazione femminile e non. «Tra poco compirò diciotto anni, questo è un momento speciale perché finalmente potrò dire di essere adulta. Quest'anno chiedo per il mio compleanno non regali e auguri. Chiedo azione».

Malala ha pubblicato sul suo profilo Twitter @MalalaFund una sua immagine con Il Diario di Anna Frank, invitando le persone a fare lo stesso, con l'hashtag #booksnotbullets per sostenere la scolarizzazione come vera e unica soluzione alla povertà e all'odio dilagante. «Voglio che i leader del mondo scelgano libri, non pallottole».

Immediatamente su Twitter migliaia di sostenitori hanno iniziato a pubblicare foto con il libro consigliato ai governatori mondiali, seguite da auguri e messaggi di sostegno per l'attivista pakistana.

 

LA BELLA VITA, L'AFRIQUE C'EST CHIC! Di Elena Coin

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Quattro anni fa in questo periodo stavo preparando le valigie per il primo viaggio in Etiopia... un'immagine e una canzone rimangono nella mia testa e nel mio cuore a ricordare con nostalgia quei momenti e quello che ho lasciato laggiù...

"...La bella vita con l'esperienza che segna il volto
Le mani libere in tasca il giusto e nel cuore molto
La bella vita senza il delirio di onnipotenza
con la passione che rende amica la sofferenza...
 
... Ho nel cuore un desiderio
che mi porta molto lontano.
Una storia senza fine
che lontano arriverà...
 
... La bella vita con i bambini che vanno a scuola
e la fiducia che si accontenta di una parola.
La bella vita senza confini senza confini
come i bambini come i bambini come i bambini
la bella vita, l'Afrique c'est chic..."
 
 
Jovanotti

Il Sorriso è la Musica della Vita. Di Mattia Marchiori.

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“Buona giornata.” E un bel sorriso.

E’ così che spesso diamo il buongiorno alle persone alle quali vogliamo bene. E’ bello offrire un augurio gratuito di serenità fin dalle prime ore del giorno, magari illuminando con la luce del sorriso degli occhi e delle labbra. Proviamo a pensare a quando un semplice sorriso ci ha dato un po’ di felicità, alle volte tanta speranza, spesso la conferma di un sentimento. L’impegno al sorriso dovrebbe essere un’abitudine da non perdere, un dono ricevuto fin dai primi momenti di vita che dovremmo custodire per sempre. Ebbene talvolta ci dimentichiamo di tutto il bene che può portare non solo agli altri ma anche a noi stessi. Credo che ogni volta che sorridiamo sia un passo lungo la strada che porta alla felicità... perciò cari amici non ci resta che sorridere!

L’uomo lo fa da sempre e lo fa allo stesso modo in tutto il mondo, in tutte le culture. Sorridendo ci si innamora, si conquista il cuore del miglior amico, si crea un clima disteso in un ambiente lavorativo. Sorridendo si chiede scusa, si dice “ti amo” e “ti perdono”. Sorridendo si reagisce a un insulto e si scopre che è uno straordinario mezzo di riappacificazione. Sorridendo si impara a dire “no”, con garbo.

Quindi, non credete ai pessimismi! Persino le persone più sfortunate, quando sorridono, ci insegnano che la risata è la musica della vita. Perché la vita ci ha messi al mondo per fare festa, onoriamola con il nostro miglior sorriso anche quando le cose non vanno alla perfezione. Con umiltà ci si mette in discussione e si riprova da capo. Sorridendo, si impara ad aprirsi alla vita e ad ogni nuova avventura che ci regala. Sorridendo, forse, si impara a vivere, e poi, un giorno, anche ad amare...

Giornata Internazionale per i Bambini Innocenti Vittime di Aggressione. Di Alessia De Rocco.

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4 giugno 2015: Giornata Internazionale per i Bambini Innocenti Vittime di Aggressione.

Giovedì 4 giugno, ricorre la “Giornata internazionale dei bambini innocenti vittime di aggressioni” promossa dall’ONU. Lo scopo della Giornata è quello di riconoscere il dolore sofferto dai bambini in tutto il mondo, vittime di abusi fisici, psicologici ed emotivi e di assicurare quindi loro, in ogni parte del mondo e senza alcuna distinzione, particolare protezione.

Quando si parla di violenza sui bambini si pensa quasi sempre a Paesi sottosviluppati dove sussistono situazioni di miseria e povertà. La violenza infantile invece è un fenomeno che non conosce confini geografici ed è attivo anche nelle società più benestanti. Pensiamo ad esempio a quante volte la cronaca Italiana riporta fatti di maltrattamenti subiti dai bimbi in famiglia, prostituzione minorile e sfruttamento sessuale, abbandono di neonati a poche ore dalla nascita.

A parte le violenze fisiche vorrei soffermarmi su quelle psicologiche che un minore può subire. La dignità di un minore è spesso messa in secondo piano rispetto a quella di un adulto e molte volte il minore stesso non ne è a conoscenza... penso ad esempio alle foto di bambini sporchi, piangenti, malati o abbandonati a cui numerose associazioni umanitarie ricorrono per smuovere le coscienze dei benefattori. Siamo tutti d’accordo sul fine ultimo (raccogliere fondi per aiutare le situazioni disagiate) ma pensate sia rispettoso per la dignità dei piccoli?

È necessario continuare ad investire in politiche per l’infanzia e l’adolescenza perché prevenire questi abusi significa contribuire ad un futuro migliore non solo per il singolo (che spesso si porta dietro le conseguenze della violenza per tutta la vita), ma per l’intera società.

Un altro mondo è possibile. Di Marcello Massaro.

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Come per l’attacco terroristico alle Torri Gemelle del 2001, dopo gli attentati di matrice islamica, da qualche tempo, assistiamo ad un’escalation di notizie che, inevitabilmente, ci portano a guardare il nostro vicino di casa di origine araba, o il nostro collega magrebino, con uno sguardo diverso. Sentiamo sempre più spesso parlare di guerra di religione (un paradosso: nessuna religione professa la guerra) e tendiamo a chiudere sempre più il nostro uscio a chi è diverso da noi, pensando che il solo fatto che sia nato in un altro paese, abbia il colore della pelle differente o preghi un diverso Dio lo faccia automaticamente diventare nostro nemico. Ecco, in questo clima di insicurezza e paura, nel quale sguazza certa nostra politica patetica che bercia dalle piazze padane (ma di recente anche del Centro e del Sud Italia) per convincerci che l’intolleranza sia un valore assoluto, ho letto a fine febbraio un trafiletto di cronaca su un quotidiano nazionale (non più di cinque righe, sia chiaro) nel quale si raccontava che ad Oslo, dopo gli attentati islamici di Copenhagen, la locale comunità musulmana ha organizzato una catena umana attorno alla principale sinagoga della capitale norvegese. Più di mille persone hanno partecipato a questa iniziativa di solidarietà, formando un vero e proprio “anello della pace” nel nome di una fratellanza con la comunità ebraica che evidentemente è possibile, a dispetto di quanto stanno cercando di farci pensare. Pare che l’iniziativa sia nata da un’idea di una ragazza diciassettenne di fede islamica, che l’ha proposta e lanciata attraverso Facebook.

Allora… un altro mondo è possibile!