Valutazione attuale: 5 / 5

Stella attivaStella attivaStella attivaStella attivaStella attiva
 

Non so perché, ma credo di essere attratto in qualche modo dai paradossi.

Non è che proprio vado cercandoli; piuttosto sono loro che spesso trovano me, o che si fanno comunque notare. Se ci penso, situazioni paradossali hanno accompagnato di frequente la mia vita, in momenti diversi. Sono genitore adottivo per un mia precisa scelta, assolutamente consapevole e razionale, nata però - forse fin dall'età dell'adolescenza - dall'osservazione di un enorme paradosso: vedere gente (persone come me dunque, donne, uomini, bambini) morire per fame, inedia, stenti e povertà in un mondo dove ci sono cibo e ricchezza molto più che sufficienti a fare star bene tutti; non capire come la nostra prole debba per forza essere "sangue-del-mio-sangue", biologicamente certa ed ineccepibile (fatto salvo qualche postino qua e là), quando milioni di bambini stanno al mondo ogni giorno appesi ad un filo, guardando il sole sorgere al mattino senza un abbraccio, una coccola, senza qualcuno che racconti loro una storia, qualcuno che gli parli e gli voglia bene e si prenda cura di loro, prima da vicino-vicino, poi a debita distanza; qualcuno che li faccia e li veda crescere, e che li accompagni all'incontro con quella che sarà la loro vita. Tutti i bambini di questo mondo ne hanno uguale diritto.

Leggo in questi giorni del summit Onu di Addis Ababa (Terza Conferenza Internazionale sui finanziamenti per lo sviluppo, il titolo altisonante che gli è stato dato), dove abbiamo speso, una volta ancora, tante, troppe parole contro le diseguaglianze, e di certo per nulla. Perché se ancora nel 2015 una persona su sette nel mondo vive in condizioni di estrema povertà non son certo le parole che servono. Occorre fare.

Un'altra notizia letta in questi stessi giorni mi ha incuriosito quasi altrettanto: una squadra di calcio del nostro campionato di serie A metterà in vendita per i propri tifosi una maglia speciale, una divisa ufficiale studiata appositamente da una nota azienda di abbigliamento tecnico, con un microchip inserito all'interno dello stemma sul petto che, se schiacciato con il dito, riprodurrà un coro di sostegno registrato con le voci di alcuni calciatori della squadra. Mi sono chiesto: sostegno a chi o a cosa? Ho letto dunque l'articolo fino alla fine. Visto che i tifosi sostengono sempre la squadra quando ne ha bisogno, nei momenti di difficoltà durante le partite, si è pensato di ripagarli con questa cosa (?) per incoraggiarli quando ne avranno bisogno, per fargli sentire la squadra vicina nei loro momenti di difficoltà. Mi sono quasi commosso... poi ho pensato che il tifoso la maglia se la dovrà comprare (andranno a ruba, ne sono certo), e la pagherà profumatamente, immagino.

A questo punto mi è apparsa alla mente una situazione davvero paradossale: un miliardo circa di queste maglie regalate a chi soffre la fame nel mondo; basterà schiacciare un bottone e un simpatico coro sarà di grande incoraggiamento per tutti loro in un momento di vera difficoltà. Meglio di un piatto di riso o di un cesto di frutta fresca!

Ma che mondo è mai questo?

Alla prossima.